Il metodo dei loci: la sua storia e perché funziona
Il metodo dei loci (in latino, letteralmente “metodo dei luoghi”) è una tecnica per memorizzare informazioni collegandole a punti precisi di un percorso che conosci molto bene. È noto anche come palazzo della memoria o palazzo mentale, quello reso famoso da Sherlock Holmes.
Non è un trucco da palcoscenico. È la tecnica che i retori dell'antichità usavano per tenere a memoria discorsi di ore, ed è tuttora alla base delle prestazioni dei campioni di memoria. Ecco da dove viene, e perché funziona così bene.
Una storia che comincia con un crollo
La leggenda sull'origine del metodo viene raccontata da Cicerone nel De Oratore e risale al poeta greco Simonide di Ceo, nel V secolo a.C. Simonide era stato invitato a un banchetto per recitare un poema in onore del padrone di casa, ma dedicò parte dei versi a due divinità, Castore e Polluce. Offeso, l'anfitrione gli pagò solo metà del compenso pattuito, dicendogli di farsi dare il resto dalle due divinità.
Poco dopo, un messaggero chiamò Simonide fuori dalla sala: due giovani lo cercavano. Uscì e non trovò nessuno, ma in quel momento il tetto della sala crollò, uccidendo tutti i commensali. I corpi erano irriconoscibili, ma Simonide riuscì a identificarli uno per uno ricordando semplicemente dove ciascuno era seduto a tavola.
Da quell'episodio, secondo Cicerone, Simonide dedusse che chi vuole allenare questa facoltà deve scegliere dei luoghi e formare immagini mentali delle cose da ricordare, collocandole in quei luoghi. È l'intero metodo in miniatura: ancorare le cose a una posizione nello spazio invece di provare a ricordarle direttamente.
Dai retori romani al Rinascimento
Il metodo venne codificato nella Rhetorica ad Herennium (I secolo a.C.), il più antico manuale giunto fino a noi che lo descrive, e ripreso da Cicerone e Quintiliano come strumento per l'oratoria: il discorso veniva diviso in parti, e ogni parte collocata in una stanza di un edificio immaginario.
La tradizione, chiamata ars memoriae, attraversò il Medioevo, quando i monaci la usavano per imparare i testi a memoria, e il Rinascimento, con figure come Giulio Camillo e il suo “teatro della memoria” o Giordano Bruno. Con la diffusione della stampa memorizzare divenne meno necessario, e l'arte fu via via dimenticata.
È tornata nel Novecento con le gare di memoria, dove tutti i migliori usano palazzi della memoria per memorizzare mazzi di carte e migliaia di cifre. Il libro di Joshua Foer L'arte di ricordare tutto (2011), la storia di un giornalista diventato campione di memoria degli Stati Uniti in un anno, l'ha riportata al grande pubblico.
Perché funziona: la spiegazione cognitiva
Non c'è niente di magico: il metodo si spiega bene con quello che sappiamo su come il cervello codifica le informazioni.
La memoria spaziale è un canale privilegiato
Orientarsi nello spazio e ricordare percorsi sono capacità antiche dal punto di vista evolutivo, gestite in larga parte dall'ippocampo, la stessa area coinvolta nella formazione dei ricordi a lungo termine.
La codifica doppia batte la codifica singola
Una parola astratta lascia una sola traccia, quella verbale. Un'immagine vivida legata a un luogo specifico ne lascia almeno due, quella visiva e quella spaziale, che si rinforzano a vicenda.
Ciò che è insolito si ricorda meglio
Il cervello dà priorità a ciò che si distingue: è l'effetto di distintività (o effetto Von Restorff). Un elefante che suona il pianoforte in soggiorno è molto più memorabile di un generico “elefante”.
L'ordine è già incluso
In una lista, l'ordine è un'informazione in più da trattenere. In un percorso, l'ordine coincide con la sequenza delle stanze: non puoi saltarne una.
La ricerca lo conferma: in uno studio del 2017 pubblicato su Neuron, persone con una memoria nella norma che si sono allenate con il metodo per 40 giorni hanno più che raddoppiato le parole che riuscivano a ricordare. L'articolo sul palazzo della memoria per studiare approfondisce le prove.
La storia è bella, ma il metodo si impara facendo: provalo adesso su un percorso già pronto.
Prova adesso →Domande frequenti
Chi ha inventato il metodo dei loci?
Secondo la leggenda il poeta greco Simonide di Ceo, nel V secolo a.C., come racconta Cicerone nel De Oratore. La descrizione più antica giunta fino a noi è nella Rhetorica ad Herennium, del I secolo a.C.
Perché si chiama “palazzo della memoria”?
Perché il percorso su cui si collocano le immagini viene spesso immaginato come un edificio con molte stanze. Va bene qualunque percorso familiare: casa tua, una strada, il tragitto per l'ufficio.
La scienza conferma che funziona?
Sì. Sfrutta la memoria spaziale e le immagini vivide e distintive, entrambe ben documentate, e gli studi mostrano che persone con una memoria nella norma migliorano molto dopo poche settimane di pratica.